TEMA DI LAVORO - AIEMPR 2009-2011
Paola Elisabetta Simeoni, Presidente
Il tema di lavoro sul quale propongo ai soci dell’AIEMPR di riflettere nel corso dei prossimi anni è abbastanza ampio per permettere ai gruppi nazionali e ai singoli soci di ritagliare diversificati ambiti di riflessione. In questo quadro essi potranno organizzare i lavori di gruppo, gli incontri seminariali/ colloqui regionali e il prossimo congresso internazionale, che si terrà tra quattro anni, nel 2013, ad Assisi.
In occasione di diversi congressi dell’AIEMPR, abbiamo riflettuto sulla nozione di identità: al Congresso di Córdoba (Argentina) del 2001, con il tema “Identità e fatto religioso”, al congresso di Granada (Spagna) del 2003, con il tema “Genere e religione: maschile, femminile e fatto religioso”.
La nozione di identità è stata quindi variamente dibattuta e non è questa che vorrei qui riproporre, ma invece riflettere su che cosa vi sia “al di là” delle identità e della “identità”.
La mia idea – certo da approfondire - è quella di proporre alla discussione il superamento del riferimento a tale nozione. Essa da una parte rischia di diventare (è diventata) un non-senso scientifico, per averla troppo utilizzata; dall’altra veicola l’idea di una rigidità culturale e psicologica che può rendere difficoltosa la comprensione della cultura come realtà fluida, che si crea nella relazione, nella comunicazione e l’accettazione del diverso e che è trasformazione continua e mescolanza di culture, concetti ben diversi dall’idea di fissazione su posizioni identitarie date una volta per tutte.
Scrive in maniera critica Laplantine (1999): “La rappresentazione [anche questo è un concetto di cui si è abusato] e l’identità si sviluppano in conformità ai pregiudizi, ai preconcetti. Non soltanto esse non rendono conto del movimento, ma si oppongono a esso, al tempo, alla turbolenza, mantenendosi sempre al di qua di un pensiero critico. […] Poiché l’identità e la rappresentazione diffidano entrambe delle tensioni fra il sé e l’altro, così come delle avventure del linguaggio, è senz’altro il caso di pensare che esse siano incompatibili sia con il progetto dell’antropologia sia con quello della traduzione di una lingua a un’altra, per i quali c’è dell’altro in me e parte di me nell’altro”.
Propongo quindi di interrogarci su altre dinamiche culturali e psicologiche che dal punto di vista scientifico e nell’ambito delle religioni si possano individuare: penso qui alle nozioni di “diversità”, di “relativismo critico”, di “meticciato”, di “dialogo interculturale e interreligioso”, di “migrazione” e di “diaspora”.
La riflessione sul tema dell’identità etnica, lanciato negli anni ’80 del Novecento nell’ambito dell’antropologia culturale francese, interessa in modo particolare per il fatto che da una parte ripropone la riflessione sulla fluidità e l’“invenzione” continua della cultura, della centralità della relazione e della cultura come processo di “meticciato”, dall’altra si inserisce nelle riflessioni relative alla invenzione culturale dell’“etnia” e alla messa in atto nell’ambito politico e sociale di processi di “etnicizzazione”. Tale analisi mette in luce i processi nella loro dimensione storica e conduce la riflessione a contestualizzare i cambiamenti (siano essi culturali o psicologici) all’interno delle dinamiche di globalizzazione e di localizzazione, dove i processi citati vengono originati.
Si potrebbe considerare come proficua alla discussione la nozione di interconnessione tra le culture utilizzata da Amselle (2001) e intesa come “condizione di esistenza della comunicazione interculturale”: “non c’è cultura senza culture e questo vale per tutte le epoche, la fase di globalizzazione attuale essendo stata preceduta [...] da fasi di globalizzazione precedenti, ciascuna delle quali ha fornito gli specchi senza i quali l’immagine delle diverse culture non potrebbe affermarsi”.
Amselle fa riferimento al racconto di Babele (Genesi 11, 1-9) - “figura principale dell’interpretazione dei rapporti tra universalismo e particolarismo” - e sottolinea come, a suo avviso, “ci si trovi collocati in una sorta di schema babelico capovolto”. Mentre l’interpretazione di questo racconto, lungi dal vedere in questa confusione “un atto divino destinato a punire gli uomini delle loro ambizioni universalistiche”, potrebbe essere posta al contrario “in una prospettiva multiculturalistica, come una disseminazione liberatrice” che consente di sfuggire alla unicità culturale. Nel mito di Babele in realtà l’elemento negativo è costituito dalla confusione delle lingue che provoca incomprensione tra gli uomini.
D’altra parte Amselle sottolinea che S. Paolo, interprete dell’universalismo cristiano, “è anche, come gli apostoli, l’artigiano del particolarismo, nella misura in cui, rinunciando a utilizzare il greco [la lingua comune dell’epoca], si esprime nella lingua dell’ethnos”. Perciò ancora “Babele e Pentecoste, in quanto figure simmetriche della confusione delle lingue e della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, permettono dunque alla traduzione [delle culture e delle lingue] di apparire come la particolarizzazione del significante universale” [gli apostoli parlavano nella propria lingua mentre ciascuno li ascoltò nel proprio idioma].
In questa prospettiva, se la dinamica della diversificazione culturale deve essere intesa positivamente e in quanto necessaria alla libertà degli esseri umani, l’invenzione dell’etnia, spesso non rispondente alla vera diversità nella quale ci si riconosce, è un meccanismo che imprigiona la diversità culturale in categorie razziali e culturali incapaci di osmosi e di dialogo. Si formano cioè dei compartimenti che ingessano la realtà e obbligano singoli individui e gruppi a riconoscersi e a rappresentarsi, a identificarsi, oltre le loro reali intenzioni e le loro convenienze, mentre tali distinzioni rigide possono essere funzionali ad altre logiche, politiche, economiche o culturali.
“In fondo, come da più di vent’anni vengono insegnandoci [vari studiosi] e come il nostro quotidiano ci dimostra, quando la fluidità sociale è indominabile, quando le genti si assomigliano troppo e, soprattutto, si mescolano troppo facilmente, “qualcuno” interviene a mettere ordine: stabilisce chi deve assomigliare ad altri e chi deve differenziarsi, somministra confini, pretende che il discreto interrompa il continuo” (F. Pompeo) (vedi anche le nostre riflessioni al Congresso di Ginevra-Bossey (Svizzera) en 1993, Etre autre? Fanatisme, intégrisme, altérité, narcissisme)
In realtà, le culture e i vissuti individuali sono il frutto di rimescolamenti continui, di antichi e attuali processi di “meticciato”, di operazioni di identificazione provocate dall’“incontro” e dallo “scontro” di gruppi e di culture diverse, in un incessante ricesellamento degli universi culturali particolari.
Mentre le diverse “traduzioni” delle lingue e delle esperienze culturali hanno permesso di comprendere e di scambiare, sono stati creati “esperanti”, elaborati miti e creati simboli. I linguaggi dei mistici hanno mostrato la universalità delle vie alla trascendenza e del dialogo interreligioso.
Nella sua attività sul dialogo interculturale, per l’UNESCO « La ricchezza culturale del mondo è la sua capacità di diversità in dialogo. Ogni cultura attinge alle proprie radici, ma si schiude al contatto con le altre culture... Non si tratta di identificare e di preservare tutte le culture prese isolatamente, ma al contario rivificarle per evitare la loro ghettizzazione, per ostacolare le derive identitarie e per impedire i conflitti... Questo dialogo riveste un senso nuovo, nel quadro della globalizzazione e del contesto politico internazionale che conosciamo oggi. E’ uno strumento indispensabile per assicurare il mantenimento della pace e della coesione del mondo » [la traduzione è mia].
|